Rotture (o réquiem del sogno independentista)

Dopo quasi tre mesi delle ultime elezioni catalane, che hanno dato, finalmente, la maggioranza assoluta, sia in voti che in seggi, all’indipendentismo catalano, il fronte independentista si rompe, probabilmente definitivamente.
La rottura è strategica, quindi non ci sono possibili tattiche che possano ricucire in tempi brevi.
85 giorni sono durati gli incontri tra i due grandi partiti indipendentisti, quello di centro sinistra ERC con quello di centrodestra Junts, ed è sempre stato il nodo strategico a impedire un accordo.
C’è chi accusa il sorpasso di ERC su Junts, il cambio di leadership come motivo principale che impedisse un accordo, come fosse una semplice questione d’orgoglio. Ma il cambio di leadership ha sopratutto determinato un cambio di strategia e non di semplici tatticismi.
Proprio ieri, il leader di ERC, Oriol Junqueras, dal carcere, ha detto che ci potranno volere 10 o anche 20 anni prima di poter raggiungere l’indipendenza, il sottotitolo sarebbe: quindi calmiamoci e cerchiamo di volerci bene con lo stato spagnolo.
Junts invece cerca una forma indolore di rottura con lo stato. La sua strategia era quella del Consell de la república che dovrebbe marcare la rotta, la via da seguire per raggiungere l’indipendenza.
Ma questo, dal punto di vista di ERC, sarebbe un cappello sopra il governo. Se il Consell decide di fare una rottura unilaterale, il governo dovrebbe obbedire e mettere in pratica la strategia decisa.
ERC invece, ed è cosa nota, ha sempre preferito il dialogo con lo stato. È il partito che maggiormente ha permesso la nascita del governo Sánchez, con il suo appoggio esterno.
Ed è anche il partito che adesso sentenzia la rottura, aprendo alla sinistra dei Comuns e chiudendo definitivamente alla possibilità di un governo independentista insieme a Junts.
La reazione dei fedeli di Puigdemont non si è fatta attendere. Infatti ieri sera circa 150 persone si sono manifestate fuori dalla sede di ERC gridando “Traditori” e “Piugdemont presidente”.
Da parte del Consell de la república invece si cerca di calmare le acque. E sarà per bocca di Lluís Llach (ex deputato del parlamento catalano, nonchè famoso cantautore di lotta antifascista, che insieme a Serrat è considerato un simbolo della canzone catalana. Riconosciuto nel nostro paese con un premio e numerose partecipazioni al Club Tenco), che si chiede un abbassamento dei toni, e sopratutto di non sprecare la maggioranza per tanti anni sognata. Ora c’è domani chissà…
Chi rimane con il cerino in mano sono invece gli anticapitalisti CUP.
La deputata Laia Estrada ha fatto oggi una battuta sarcastica sul dialogo tra ERC e i Comuns, come se i secondi avessero improvisamente accettato entrare in conflitto con lo stato centrale. Se si accordano con ERC che ha firmato un patto con noi che prevede la disobbedienza istituzionale per arrivare all’indipendenza, significa che indirettamente sottoscrivono l’accordo.
Consapevole che non si trata di questo, la Estrada ha invitato ERC e Junts a non sprecare il 52% ottenuto alle ultime elezioni.
Invece i Comuns (gli alleati catalani di Podemos) pare che già abbiano messo sul mercato la pelle dell’orso a prezzo stracciato… Infatti Jaume Assens corre a dire che l’accordo è vicinissimo, che ERC non ha messo l’indipendenza nel programa di governo, che è sicuro che l’indulto per i prigionieri politici arriverà prima dell’estate (come se non sapesse che l’indulto comporta un pentimento che difficilmente verrà pronuciato), che si aspetta che anche i socialisti potrebbero appoggiare un governo di sinistra, e si includono nel progetto di governo consapevoli che un governo così sarebbe ben visto anche a Madrid.
Ma ERC non li vuole nel governo, solo vuole il loro appoggio esterno, i loro voti…
È molto probabile che si tornerà presto ad elezioni, ma quello che è chiaro è che si è chiuso un ciclo.
Il ciclo nato nel dicembre del 2012 quando l’accordo tra ERC e quella che allora era CiU per un fronte unito independentista e che porterà al referendum del 2017, si è ora chiuso definitivamente, lasciando orfano un movimiento che rappresenta la metà della società catalana.
Chi non si accorge, o non si cura, del cambiamento politico in atto, sono gli ingranaggi dello stato.
Se pochi giorni fa, un tribunale di Barcellona aveva assolto i membri della Sindicatura electoral, ossia quell’organo giuridico che si doveva incaricare validità dei voti del referendum, la Fiscalia (l’accusa), che comunque riceve ordini dal ministero della giustizia spagnolo, fa inmediatamente ricorso perchè si apra un secondo grado di giudizio.
E contemporaneamente, un altro tribunale barcellonino, il numero 18, apre una causa penale con le accuse di prevaricazione, malversazione e falso in documenti pubblici, per una decina di alti carichi amministrativi, incluso il già condannato e imprigionato Raul Romeva, per aver utilizzato la struttura denominata Diplocat, con il fine di creare strutture di stato alternative e di utilizzare la “diplomazioa catalana” non in supporto dell’imprenditoria catalana, ma per creare consenso internazionale al progetto di una repubblica catalana.
Se un ciclo di lotte politiche si chiude, come spesso accade, non si ferma la macchina della repressione, che senza guardare in faccia a nessuno, continua imperterrida a mietere vittime.

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