Governo independentista (e il delitto di odio)

Pere Aragonès sarà il 132esimo presidente dalla Generalitat de Catalunya grazie ai voti dei tre partiti indipendentisti: ERC, Junts e la CUP.
Aragonès presenta un programa di governo diviso in quattro punti principali: quello sociale, per garantire a tutti casa, lavoro, salute ed educazione; quello della trasformazione feminista necessaria per una crescita della società; poi la trasformazione verde per combattere il cambiamento climatico; ed infine quello per una vera democrazia, che arrivi ad una amnistia per chiunque abbia subito la repressione dello stato spagnolo e per l’organizzazione di un referendum concordato con lo stato centrale.
Ci sono voluti più di tre mesi per raggiungere un accordo e ben tre votazioni (record storico per la generalitat) per arrivare a formare un governo. Sintomo chiaro delle molte difficoltà interne al movimiento independentista, che per il momento sembrerebbero accantonate, ma certamente non del tutto superate.
E lo riafferma, nella stessa seduta di investitura, la rappresentante della CUP: il nostro voto non è un assegno in bianco.
È stata la CUP a prendere per le orecchie i due principali partiti dell’indipendentismo per costringerli ad un accordo che non sprecasse la maggioranza assoluta finalmente conquistata. Ma ora giustamente presenta il conto pretendendo, tra le altre cose, che non vengano più usati i reparti antisommossa per gli sfratti. Ma anche che ci sia la capacità di affrontare lo stato centrale: “basta sottomissione, basta repressione, basta con l’ingerenza del Tribunal Costitucional, basta monarchia, basta regime del ’78, basta di proteggere il fascismo e basta di proteggere la corruzione” ha dichiarato Dolors Sabater. Poi ha anche dichiarato che la sua formazione non crede nel dialogo con lo stato. Gli anticapitalisti sono convinti che è solo una scusa per prendere tempo, e che lo stato non vuole che porti da nessuna parte. Sostiene che si deve praticare la disobbedienza istituzionale, che è necesario creare instabilità nelle strutture di regime.
Un altro sintomo delle difficoltà interne al movimiento è stato il silenzio di Carles Puigdemont durante tutta la negoziazione tra i due partiti. Silenzio che ha rotto solo dopo il voto, mandando una lettera aperta in cui spiega la sua posizione, il suo punto di vista dall’esilio… ma comunque dichiara di mettersi a disposizione del nuovo presidente della Generalitat. Sostanzialmente accetta di ingoiare il rospo di una strategia che passi prima per il tentativo di dialogo con lo stato.
Perchè sostanzialmente questo era il nodo.
L’accordo finalmente raggiunto dai partiti indipendentisti si basa su un tavolo attorno ai quali si siederanno i tre partiti, più le due grandi associazioni civili indipendentiste (Omnium Cultural e la ANC), per coordinare una strategia nel dialogo con lo stato, mentre, paralelamente il Consell per la República invece continuerà a creare le strutture per la futura repubblica catalana, come una costituzione, ma non determinerà la strategia, imponendola al governo, come avrebbero voluto quelli di Junts.
Insomma, un colpo al cerchio ed uno alla botte, cosa che potrebbe funzionare ma anche fracassare… solo il tempo ci potrà dare una risposta.
Alla seduta di investitura è stato presente anche il padrino politico di Aragonés: Oriol Junqueras, che ha ottenuto un permesso speciale dal carcere per poter essere presente all’evento che riporta il suo partito a governare la generalitat, cosa che non succedeva da prima della guerra civile.
Ovviamente contrari alla formazione del nuovo governo, sono stati i partiti della destra spagnola: PP, Vox e Ciutadanos. Come anche i socialisti del PSC, che lamentano di non aver potuto formare loro un governo, visto che erano il primo partito per voti e seggi.
Meno scontata è stata la negativa dei Comuns. Gli alleati di Podemos in Catalunya, non si sono neanche voluti astenere per la presenza di Junts nel governo. Per un breve moento avevano sperato di poter esserci loro, formando un governo di sole formazioni di sinistra con l’appoggio esterno dei socialisti, ma era un’alchimia política praticamente impossibile anche solo da immaginare.
A nulla sono serviti gli inviti di ERC e della CUP, per dare valore al programa. La presenza di Junts è per i Comuns uno scoglio insuperabile.
Ma mentre nell’emiciclo catalano ascoltavamo le agguerrite dichiarazioni, senza fare troppo rumore, la repressione dello stato continua a mietere vittime.
Quindi si apre un nuovo procedimento penale per il rapper Pablo Hasél, ora accusato di un delitto di odio e discriminazione contro la Spagna per aver bruciato la sua bandiera durante un concerto.
Il che potrebbe allungare di alcuni anni la sua detenzione.
Una cosa simile è avvenuta ad un altro rapper: Valtònyc. La fiscalía (l’accusa) chiede ora altri quattro anni di carcere e 36.000€ di multa per un delitto d’odio contro la Guardia Civil, sempre come conseguenza di una dichiarazione fatta durante un concerto. Con la differenza che Valtònyc si trova in esilio in Belgio e non in carcere come Hasél.
Capisco che molti di voi potranno sentirsi spiazzati dalla noticia. Il delitto di odio serve a difendere le minoranze come gay o trans, cosa c’entra uno stato o la Guardia Civil?
Per questo molti sostengono che la democracia spagnola è una democracia incompiuta, perchè non solo stato e polizia, ma questo delitto è stato usato dalla magistratura anche per difendere a dei nazisti… si difendere, non accusare ma difendere… si, avete capito bene…

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