Inabilitazione del Presidente

Eccomi tornato ad aggiornarvi sulla situzione catalana. Sono stato un po assente, ma il Covid, come ovunque, ha inciso sulla política ed improvisamente è stato difficile centrarsi su un tema specifico, come il caso catalano, visto che tutto era entrato in una discussione più sanitaria che política, o magari di política sanitaria, ma ovviamente ha lasciato al margine le questioni legate principalmente all’indipendentismo, al diritto o al problema della magistratura politicizzata.
Ovviamente si è trattato di una parentesi, visto che comunque i processi vanno avanti…
Quindi, ieri mattina, il Tribunal Supremo conferma la condanna e quindi l’inabilitazione ai pubblici uffici del presidente in carica della Generalitat Catalana, Joaquim Torra.
La sentenza era stata emessa dalla JEC (giunta elettorale centrale), la quale generalmente gestisce le elezioni e al massimo emette una multa per comportamenti elettorali illeciti. In questo caso, invece, decide di inabilitare un carico eletto durante il suo mandato, e lo fa per aver messo uno striscione, che difendeva i prigionieri politici e gli esiliati catalani, durante un’elezione europea a cui non era candidato. Si sperava che l’eccesso di competenza fosse ristabilito da un tribunale regolare, ma essendo lo stesso tribunale che ha condannato i “prigionieri politici” e che ovviamente non riconosce l’aggettivo político alla sua sentenza, si è sbrigato a confermare i nuovi poteri e le nuove funzioni per il JEC, confermando ad unanimità, la sentenza per il presidente in carica.
Il presidente Torra si è permesso, ieri, un bagno di folla davanti al palazzo della Generalitat in Plaça Sant Jaume, sostenuto da migliaia di persone, come anche si sono formate manifestazioni di protesta un po in tutto il territorio. Curioso che i manifestanti siano stati spesso bloccati o anche manganellati dai Mossos d’Esquadra, mandati proprio dal governo il cui presidente è stato inabilitato. Ma è solo la rappresentazione di un fatto ormai conclamato: la definitiva separazione tra piazza e palazzo. Non solo i manganelli dei Mossos, ma anche e sopratutto la partecipazione come parte civile del governo catalano ai processi a indipendentisti arrestati durante le manifestazioni nei mesi passati.
Bisogna ricordare che sono quasi tremila i processi in corso per il caso catalano. Oltre ai noti politici, di cui più facilmente sentiamo parlare nei telegiornali, ci sono centinaia di funzionari, che in un modo o nell’altro hanno reso possibile lo svolgimento del referendum del primo ottobre del ’17; ma anche pagliacci che si sono fatti fotografare con il naso rosso a fianco di un agente della Guardia Civil; un meccanico che, dopo aver ricevuto manganellate per il referendum, si era rifiutato di aggiustare una maccina della benemerita; molti che hanno osato commentare i fatti su Facebook; come ovviamente i centinaia di arrestati alle manifestazioni di protesta contro la sentenza all’indipendentismo.
Si è concluso ieri il dibattimento al proceso di Tamara Carrasco, accusata prima di terrorismo, poi di disordine pubblico, per essere iscritta ad un CDR (comitato per la difesa della repubblica) e senza essere stata arrestata in un “disordine” ma solo per averne “parlato” su whatsapp con amici, che si è dichiarata innocente, ma teme la probabile condanna. Come invece è stato condannato a vent’anni di carcere Rodrigo Lanza, per essersi difeso da una aggressione fascista con un pugno che sfortunatamente ha ucciso l’aggressore. Nessuna attenuante, nessuna leggittima difesa, anzi con l’aggravante di essere un delitto político, visto che l’aggressore indossava delle bretelle con la bandiera spagnola e l’aggredito/accusato era un anarchico precedentemente residente in Catalunya, che era stato preso come un símbolo della violenza dell’indipendentismo dalla stampa nazionale e come “símbolo” è stato trattato nella sentenza, nonostante il Lanza non sia independentista ma un anarchico (che per i magistrati probabilmente è la stessa cosa).
Insomma, una magistratura meticolosa nell’applicare il codice penale a indipendentisti, anarchici e antifascisti, ma pronta a perdonare quando gli imputati sono rappresentanti dell’alta borghesia spagnola, come Rodrigo Rato e il consiglio di amministrazione di Bankia, appena assolti per il crack della banca madrilegna che è costata fior di milioni allo stato per il suo recupero.
Il presidente Torra fa ricorso al Tribunal Costitucional, chiedendo la sospensione della sentenza. Atto dovuto, ma non ci crede neanche lui. Infatti tutto l’arco político catalano, parla già delle prossime elezioni previste per il 7 febbraio, a meno che non ci siano nuovi e improvvisi colpi di scena.
Unità dell’indipendentismo, è lo slogan che più si sente, ma sarà reale o di facciata? La destra catalana si è da poco divisa in due: il PDcat che non ama troppo sentir parlare di disobbedienza istituzionale e Junts, guidato da Puigdemont che vede negli atti di disobbedienza istituzionale il suo percorso per arrivare ai tribunali europei e da lì scardinare il Regno di Spagna (l’inabilitazione di Torra rientra perfettamente in questa logica). Il centrosinistra di ERC, che invece sta da tempo praticando il percorso istituzionale, sostenendo dall’esterno il governo Sánchez, gerantendosi così la creazione del famoso tavolo di dialogo tra governi, che però sarà sospeso al momento, visto che di fatto il governo catalano è ad interim. Poi c’è l’estrema sinistra della CUP che vede i pochi atti di disobbedienza istituzionale effettuati, come superficiali e senza sostanza, che vede l’assenza di determinazione da parte delle istituzioni, e che sopratutto soffre della rottura dell’asse palazzo/piazza, che era ed è la propia strategia per ottenere l’indipendenza.
Insomma, unità senza una strategia comune.
Torra chiede anche una legge di amnistía, che riporti a casa esiliati e carcerati, ma sa che da Madrid non si può sperare tanto. Il governo centrale stà portando nel parlamento le richieste di indulto fatte per alcuni dei politici catalani dietro le sbarre (spicca su tutti quello per Dolores Bassa, ex sindacalista, fatto dai principali sindacati nazionali), ma come atto dovuto, visto che per legge il parlamento ne deve parlare, e nonostante le forti proteste della destra spagnola, con i fascisti di Vox in prima fila chiedendo le dimissioni del governo. Ma anche con molti detenuti indipendentisti che dichiarano di non accettare l’indulto, visto che comporterebbe un’ammissione di colpa. Quello che oggi si può sperare dal governo diretto dai socialisti e da Podemos, è la proposta di modificare nel codice penale il reato di ribellione e quello di sedizione (rimasti in una forma definita dalla maggior parte dei giuristi come ottocentesca), che potrebbe far uscire dal carcere tutti i politici catalani, ma non rientrare gli esiliati e sopratutto, non coinvolgerebbe le altre centinaia di cause aperte a conseguenza del referéndum del ’17.

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